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12 marzo 2011 6 12 /03 /marzo /2011 13:13

La fine della realtà

 La realtà non è più univoca né oggettiva; questo è un tema assai specifico che caratterizza la società di oggi rispetto a quella dei decenni e dei secoli passati. I fatti raggiungono il mondo perché raccontati e quando ciò non accade, è come se non esistessero. La realtà non è dunque la realtà, ma la rappresentazione di se stessa. Una metafora potrebbe essere quella dell’albero che cade nella foresta e di cui nessuno sa nulla, ma se mentre cade esso è osservato da un raccontatore o ripreso da una telecamera, allora il mondo saprà che l’albero è caduto, dunque è caduto.

Insomma, la realtà perde univocità ed è sostituita dalla rappresentazione di se stessa che, per ovvi motivi, diviene soggettiva non solo nella costruzione del racconto, ma anche nella conseguente interpretazione di ciascun destinatario al quale è raccontata.

Fieri e convinti tutti d’avere ottenuto la libertà di pensiero e di parola, noi siamo facilmente coinvolti dalla rappresentazione di realtà emotive se non manipolate. In tale regime, può accadere che il nostro pensiero e la nostra parola, anche se con onestà, si liberino su stimoli non oggettivi e talvolta completamente falsi.

E’ inconfutabile che la modernità ci cali in una società assai complessa che non potrà essere capita da quanti gireranno lo sguardo altrove, nell’illusione di vivere un approccio semplice e poco faticoso.

In tale quadro, dobbiamo fare nostra la consapevolezza che quasi mai è dato di essere diretti osservatori di un fatto e che più verosimilmente si è raggiunti dalla rappresentazione dello stesso. Questo è un motivo sufficiente per non volere che la nostra libertà di pensiero e di parola sia una sorta di risposta automatica alla realtà che ci viene in qualche modo rappresentata.

Certo è che la novità di non potere più considerare la realtà come reale, porta incertezza sui nostri consueti riferimenti psicologici e culturali ed espone al rischio di smarrirsi in una confusione che porta nervosismo in molti soggetti della società.

Teniamo però ben presente che pur non potendo essere testimoni diretti dei fatti, noi possiamo invece essere testimoni delle loro conseguenze.

Sarebbe dunque bene imparare a trattenere il pensiero e la parola quando sollecitati dalla spinta emotiva del racconto e liberali, invece, quali reazione alle conseguenze oggettive che la realtà, comunque raccontata, genera.

La questione, che sembrerebbe semplice, suggerisce di porsi con prudenza davanti alle sollecitazioni emotive delle realtà rappresentate e di liberare la parola, il pensiero e l’azione mentre le conseguenze di ogni fatto ci raggiungono direttamente.

Sembrerebbe semplice, ma non lo è.

Nella rappresentazione della realtà concorrono tecnologie sempre più sofisticate e tali da poter rendere il racconto ammaliante e ipnotico; del resto, se noi guardiamo un video, crediamo a tutti gli effetti di quel video anche quando si tratta di effetti di “regia”. Inoltre, in base al senso di confusione che abbiamo già accennato, la società è sempre più nervosa e sceglie di credere al racconto pur di crearsi subito un punto di riferimento.

In questa condizione, pur convinti di essere liberi, noi non siamo liberi per nulla.

La libertà è, per sua antonomasia, libertà dal condizionamento, ma la realtà rappresentata tende invece a condizionare tutti.

In questo modo, la rappresentazione dei fatti cambia la base della nozione di libertà che pertanto rischia di assopirsi sulla sua stessa rappresentazione.

Non sono libero perché sono libero, ma sono libero perché parlo, penso e agisco “liberamente” guidato da una realtà condizionata.

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Published by Basta Io Non Voto
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