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11 marzo 2011 5 11 /03 /marzo /2011 21:56
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11 marzo 2011 5 11 /03 /marzo /2011 21:25

 

Siamo disposti a rischiare?
Siamo disposti ad essere una squadra?
Siamo disposti a conquistare ogni centimetro della nostra vita?
Oppure vogliamo continuare a difendere quel misero centimetro che crediamo di essere e di possedere?
Dov'e' il nostro coraggio? Dov'e'? Abbiamo ancora cosi' tanta paura di essere giudicati, abbiamo paura di m...ostrarci e manifestarci. Dov'e' il nostro coraggio?
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10 marzo 2011 4 10 /03 /marzo /2011 22:50
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10 marzo 2011 4 10 /03 /marzo /2011 22:36

Secondo gli ultimi dati Istat, riferiti al 2009, 7 milioni e 810mila italiani (il 13,1% dell'intera popolazione) vivono in condizioni di poverta'. Di piu': in condizione di poverta' assoluta sono 3 milioni e 740mila, pari al 5,2% dell'intera popolazione.

 

I nuclei familiari in condizioni di poverta' relativa sono 1 milione e 162mila le famiglie in condizioni di poverta' assoluta, pari al 4,7% del totale. E oggi come nel 1994 la poverta' si diffonde per il Paese in maniera non omogenea e il divario fra nord e sud non accenna ad affievolirisi.

 

Nel 2009 la linea di poverta' relativa e' risultata a 983,01 euro, circa 17 euro inferiore al 2008. Nel Nord la situazione non e' mutata in modo significativo rispetto agli ultimi anni, mentre al Centro l'incidenza di poverta' relativa e' aumentata tra le famiglie con a capo un operaio (dal 7,9% all'11,3%), costituite per i due terzi da coppie con figli. Il Mezzogiorno conferma un valore quattro volte superiore a quello rilevato nel resto del Paese. Non molto e' cambiato dal 1994, quando al nord le famiglie in poverta' relativa erano circa il 4,5% del totale, contro il 6,8% del totale al centro e il 20,6% al sud.

 

E poi ci sono i 'quasi poveri', quelli che, pur collocandosi sopra questo limite, non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Per il Codacons sono circa 15,5 milioni di italiani.

 

Oggi come 16 anni fa', la percentuale di poveri e' piu' alta fra i nuclei che hanno una donna come persona di riferimento e il rischio di poverta' raddoppia quando la persona di riferimento della famiglia e' un anziano.

 

E oggi come allora l'incidenza della poverta' diminuisce all'aumentare del livello di scolarizzazione della persona di riferimento. Ma la crisi di questi ultimi anni ha lasciato i suoi segni: l'80% del calo dell'occupazione ha colpito i giovani, in particolare quelli che vivono nella famiglia di origine. E' diminuita la poverta' degli anziani ma e' aumentata quella dei bambini e dei giovani adulti soli (spesso a seguito di un divorzio o della perdita del lavoro).

 

Nei paesi Ocse i bambini ed i giovani adulti hanno il 25% di probabilita' in piu' di essere poveri rispetto al resto della popolazione. Dati confermati, per l'Italia, dal rapporto sulla poverta' e da altre statistiche Istat che segnalano la crescita della poverta' tra i minori.

 

E, sempre a cuasa della crisi, seppure in parte, e' diminuita l'incidenza della poverta' tra i lavoratori autonomi (dall'11,2% all'8,7% per la poverta' relativa, dal 4,5% al 3,0% per l'assoluta): olte imprese individuali, infatti, hanno chiuso durante il 2009 contribuendo a far diminuire la platea di questi lavoratori e lasciando sopravvivere quelli con minori difficolta' economiche.

 

Infine la poverta' assoluta, quella per la quale un nucleo familirae spende meno della meta' di quanto gli sarebbe necessario, si e' intensificata. Per le famiglie in poverta' assoluta che sono gia', quindi, in una situazione di sofferenza ancora maggiore dei poveri relativi, l'intensita' della poverta' e' passata dal 17,3% al 18,8%.

 

La disuguaglianza tra ricchi e poveri, in Italia, e' cresciuta del 33% rispetto alla meta' degli anni ''80.100929203009 medium

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10 marzo 2011 4 10 /03 /marzo /2011 22:31

La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l'Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L'eguaglianza non c'è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l'Ocse e la Banca d'Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

 

E forse non è neanche più un caso che l'indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell'abbandonarci, però. "L'esperienza del 1992-93 quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza", ha scritto l'economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.

Più basso è l'indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.

 

C'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell'Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): "In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri". E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta.

 

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l'ultimo dato della Banca d'Italia contenuto nella periodica indagine su "I bilanci delle famiglie italiane", il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l'alto e affonda i più poveri. "Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas", racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell'attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d'Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell'eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L'eguaglianza è anche questo.

 

E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l'età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l'incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l'eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell'anima" (Feltrinelli) - migliora "il benessere psicologico di tutti noi". Di più, secondo i due studiosi: "Tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della diseguaglianza". E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l'aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

 

Di certo tra i frutti di questa "economia malata" ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche - lo abbiamo visto - gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch'esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il "caso Pomigliano" ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

 

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l'Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

Bumbazza usa la Testa e poi la Mazza

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10 marzo 2011 4 10 /03 /marzo /2011 22:26

La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l'Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L'eguaglianza non c'è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l'Ocse e la Banca d'Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.

 

E forse non è neanche più un caso che l'indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un'accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell'abbandonarci, però. "L'esperienza del 1992-93 quando l'economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza", ha scritto l'economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.

Più basso è l'indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell'uguaglianza, l'Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.

 

C'è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell'Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): "In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri". E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta.

 

La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l'ultimo dato della Banca d'Italia contenuto nella periodica indagine su "I bilanci delle famiglie italiane", il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell'intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni. Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l'alto e affonda i più poveri. "Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas", racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell'attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d'Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell'eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L'eguaglianza è anche questo.

 

E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l'età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l'incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l'eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell'anima" (Feltrinelli) - migliora "il benessere psicologico di tutti noi". Di più, secondo i due studiosi: "Tanto la società malata quanto l'economia malata hanno le proprie origini nell'aumento della diseguaglianza". E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all'origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l'aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.

 

Di certo tra i frutti di questa "economia malata" ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche - lo abbiamo visto - gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch'esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il "caso Pomigliano" ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.

 

Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l'Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: "La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all'anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell'occupazione". Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

Bumbazza usa la testa poi la mazza!100929203009 medium

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9 marzo 2011 3 09 /03 /marzo /2011 22:51

Parlamento-pulitoSe un popolo semina un pensiero, raccoglierà un’azione, che crea un’abitudine.
Se quel popolo semina un’abitudine raccoglierà un carattere, da cui nascerà il suo destino.
-Riccardo Romandini-

-Griffa Diego-

-Salvatore Abate-

-Mirko Di Nolfo-

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26 febbraio 2011 6 26 /02 /febbraio /2011 16:51

link 

http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/211749/lucci-addio-italia!.html

 

Spero che la situazione e queste immagini fanno capire cosa sta succedendo al nostro Paese grazie a mega imprenditori  amici di merende di lobby e banche! Vi fanno vedere tutto altro meno che farvi capire la verità! Loro ingrassano già per i pronipoti e per  il  Nome di famiglia !

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25 febbraio 2011 5 25 /02 /febbraio /2011 23:15

imagesCAAQN9QK

Nella vita cari miei Signori ci  vuole sempre  coraggio.

Come chi si ritrova  all'interno di una  banda...

Prendi  le redini, fa il  Grosso, fai una  scelta e  si  comanda.

Vivi sempre da leone, non m'orrire da Pecora .

 

Le Palle  pure contano , dammi  retta, sono un saggio.

E' mi Godo questa sinfonia  , ma Orgoglioso so  cosa vorremo fare .

cogli ar volo er messaggio.

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25 febbraio 2011 5 25 /02 /febbraio /2011 21:47

 

Ciao truppa - Anche oggi tanti gongoli a tutti - Spero che abbiate visto le iene  e che vi sia  aperto  il cervello su cose la sfrontataggine dei nostri Politici. A cosa serve un Politico , lo sapete voi ?

Noi sappiamo solo che non fanno ciò che dovrebbero fare per la società !

 Una società civile, giusta ,  equosolidale verso il prossimo , per il futuro del umano !( primis siamo in Italia)

Che abbia garanzie da uno Stato che lui ha deciso per garantista come una Patria (padre terra) !

Mentre mo' non ti garantisce più nessuno , un futuro senza garanzie per  una qualsiasi Banca ( tu rimarrai sempre povero!)

 Visto che l'Italia dovrebbe essere del Popolo con uno Stato che fa da veci per il tuo sistema( la tua vita , intorno a te;-) I nostri Politici di alto grado con i loro enormi conflitti di interesse e  i comuni fanno cassa con abusi di potere - su multe e imposte salate sul sistema di controllo ( immondizia , gas, concessioni, luce….ecc..

Per avere stipendi da pascià , Azioni in borsa sull' sudore del prossimo  e accumulano Oro e Diamanti per i loro pronipoti ! Sono talmente Bastardi che hanno organizzato insieme ai amici di merende della Lobby( Banche e  massoni), la rivolta nei paesi    Africani ,per poi importare la loro democrazia !  La loro moneta in primis e il controllo sul petrolio e giacimenti vari secondus  !

Africa tutta da sfruttare ecco quale la loro Democrazia-!

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  •  Basta Io Non Voto
  • : Ciao - Vorrei rubare un momento del tuo tempo. Forse tu non t’interessi di Politica , ma la Politica s’interessa a te! Indirettamente si sono venduti il nostro Stato e il sistema garantista Costituzionale con amici di merende di Banche e Multinazionali! Ci sono segnali e prove che il signoraggio e la massoneria non sono tutte leggende metropolitane. Non si collabora per una società collettiva equosolidale e con senso civico , ma solo per trasformare il tutto in un’azione num
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